Il Centauro di Botticelli non ha nulla della creatura trionfante e selvaggia che la mitologia spesso rappresenta. Nel dipinto appare piegato, trattenuto, quasi umiliato, mentre Pallade lo domina senza sforzo afferrandolo per i capelli. È una scena silenziosa, composta, apparentemente armoniosa. Eppure, proprio dentro questa calma, si nasconde uno dei conflitti più profondi della modernità.

Freud avrebbe probabilmente riconosciuto in quest’opera la rappresentazione perfetta di ciò che descrive nel Disagio della civiltà.

La civiltà, sostiene Freud, non nasce dalla libertà dell’essere umano ma dalla sua limitazione. Per vivere insieme, gli individui devono imparare a controllare aggressività, desiderio, impulsi sessuali e distruttivi. Senza questa rinuncia non esisterebbero né società né ordine sociale. Il problema è che la pulsione repressa non scompare mai davvero. Rimane nell’uomo e continua a esercitare la propria pressione dall’interno.
Il Centauro, in questo senso, rappresenta qualcosa di molto più inquietante di una semplice figura mitologica. È la parte corporea, istintiva e impulsiva dell’essere umano. È ciò che precede l’educazione, la morale e il controllo sociale. Pallade, al contrario, incarna la forma ordinatrice della civiltà, la capacità di dominare l’impulso trasformandolo in qualcosa di compatibile con l’ordine collettivo.

Nel quadro, il Centauro non combatte, soccombe.

Freud osserva infatti che il prezzo di questo processo è altissimo. Più la società diventa evoluta e organizzata, più l’essere umano sviluppa senso di colpa, tensione interna e infelicità. Il conflitto non si svolge più tra individuo e mondo esterno, ma all’interno della psiche. L’uomo finisce per sorvegliare continuamente sé stesso.

Ed è forse questo il motivo per cui il quadro continua ancora oggi a generare una sensazione di inquietudine. Non racconta soltanto il trionfo della ragione sull’istinto, ma mostra il prezzo di quella vittoria. Mostra il momento in cui l’essere umano, per poter appartenere al mondo civile, impara a separarsi da una parte fondamentale della propria vitalità.

Nel pensiero freudiano questo conflitto non può essere eliminato. È la condizione stessa della civiltà. L’essere umano resta sospeso tra il bisogno di ordine e il desiderio di libertà pulsionale, tra la sicurezza dell’appartenenza sociale e il rischio di perdere il contatto con sè stesso.

Dott.ssa Cristina Borghetti Psicologa