Aiuti qualcuno… e quella persona si allontana. È spiazzante.

Ti rendi disponibile, ci sei, e all’inizio sembra esserci vicinanza. Poi, senza un motivo chiaro, l’altro cambia. Si raffredda, si allontana, a volte diventa persino critico.

La spiegazione più immediata è pensare all’ingratitudine. In realtà, spesso si muove qualcosa di più complesso.

Ricevere aiuto significa entrare in contatto con una parte di sé che ha avuto bisogno.

Per alcune persone questa esperienza è difficile da tollerare, perché tocca il senso di valore personale e l’idea di autonomia. Essere sostenuti può far sentire esposti, come se venisse messa in luce una fragilità che si preferirebbe non vedere.

Quando questa tensione è forte, la relazione diventa scomoda. Per ridurla, la mente può spostarsi verso una forma di distanza. L’aiuto viene ridimensionato, il valore dell’altro si abbassa, il legame perde intensità.

Questa dinamica è stata chiamata, in modo divulgativo, “sindrome rancorosa del beneficato” . Più che una sindrome, è un modo di gestire il fatto di aver avuto bisogno.

In queste situazioni c’è un punto delicato. Restare in contatto con l’altro mantenendo allo stesso tempo una buona immagine di sé non è sempre semplice. Quando queste due dimensioni non riescono a stare insieme, la relazione può oscillare tra apertura e chiusura.

A volte si dà molto… ma non sempre l’altro è nella posizione di poter ricevere.

Un aiuto molto intenso o poco richiesto, può aumentare la sensazione di squilibrio e l’altro rischia di sentirsi definito dalla propria difficoltà più che riconosciuto nella sua complessità.

Questo non rende l’aiuto sbagliato. Mostra, piuttosto, quanto sia sottile l’equilibrio tra vicinanza e autonomia. L’aiuto funziona quando sostiene senza occupare spazio.

Allora è meglio non aiutare più nessuno?

No.

Ma può essere utile tenere a mente un punto.

Non sempre ciò che accade dopo riguarda il valore di ciò che si è dato, ma la difficoltà dell’altro di stare in contatto con la propria vulnerabilità. La sindrome rancorosa del beneficato ci racconta proprio questo.

Per consulenze Dott.ssa Cristina Borghetti Psicologa