Narcisismo e relazioni sono temi di cui parliamo sempre più spesso, soprattutto quando cerchiamo di riconoscere le dinamiche manipolative e le relazioni dannose. Infatti quasi tutti riconosceranno il ragazzo raffigurato in questo quadro, Narciso, il giovane innamorato della propria immagine, ma saranno molti meno a sapere chi sia la donna accanto a lui. È Eco, la ninfa che nel mito di Ovidio si innamora di Narciso e che, proprio per amore, finirà lentamente per perdere se stessa.
Forse non è un caso che oggi conosciamo così bene il primo e così poco la seconda. Di Narciso parliamo continuamente, del narcisismo, delle red flag, del love bombing, del gaslighting, della manipolazione e di tutti quei segnali che dovrebbero aiutarci a riconoscere una relazione dannosa e a proteggerci. Tutto questo è importante, ma proprio mentre impariamo a riconoscere Narciso rischiamo di dimenticare la figura di chi gli sta accanto e ciò che può accadere a una persona quando, nel tentativo di mantenere una relazione, finisce progressivamente per perdere il contatto con se stessa.
Nel racconto di Ovidio, la dea Giunone ha condannato Eco a non poter parlare per prima, permettendole soltanto di ripetere le ultime parole che ascolta. Quando Eco si innamora di Narciso, lui la respinge, ma lei non riesce a liberarsi dell’amore che prova. Il rifiuto di Narciso non spegne il suo sentimento e lentamente, consumata da un amore che non può realizzarsi, perde il proprio corpo e di lei resta soltanto la voce.
È difficile non vedere, in questa immagine, una metafora di ciò che può accadere in alcune relazioni. Quando l’attenzione è costantemente rivolta a ciò che l’altro vuole, pensa, prova o pretende, può accadere che lentamente si perda il contatto con ciò che desideriamo noi. Si comincia a scegliere le parole con attenzione, a prevedere le reazioni dell’altro, a cercare il comportamento capace di evitare un conflitto o di impedire l’allontanamento. Il centro della relazione diventa così l’altro, mentre i propri bisogni finiscono progressivamente sullo sfondo.
Spostare lo sguardo da Narciso a Eco
Ed è qui che, secondo me, dovremmo spostare per un momento lo sguardo da Narciso a Eco. Non per attribuire a quest’ultima la responsabilità di ciò che subisce. Se una persona manipola, svaluta o agisce violenza psicologica, la responsabilità di quei comportamenti rimane sua. Però, comprendere perché l’altro continui a restare è una questione psicologica diversa e tutt’altro che secondaria.
Che cosa ci trattiene in una relazione che ci fa soffrire? Che cosa continuiamo a sperare di ottenere? Perché il rifiuto, anziché portarci ad allontanarci, può spingerci a cercare ancora più intensamente di essere scelti? Sono domande che non servono a colpevolizzare, ma a comprendere il funzionamento di una relazione e, soprattutto, il nostro modo di starci dentro.
Riconoscere Narciso non basta
Perché riconoscere Narciso non significa necessariamente smettere di comportarsi come Eco. Possiamo conoscere tutte le red flag, saper riconoscere il gaslighting e aver imparato a dare un nome alla manipolazione, senza per questo aver compreso che cosa ci ha portato a restare. E se non comprendiamo questo, rischiamo di cambiare persona senza cambiare la nostra posizione nella relazione, riproponendo altrove lo stesso modo di cercare amore, conferme e riconoscimento.
La questione, però, non finisce necessariamente quando la relazione finisce. A volte l’altro continua a occupare per mesi o per anni uno spazio enorme nella nostra mente. Continuiamo a ripercorrere le conversazioni, ad analizzare i suoi comportamenti, a domandarci perché abbia detto o fatto determinate cose, se ci abbia mai amato davvero o se tornerà. E in questo c’è qualcosa che richiama ancora una volta la sorte di Eco: anche quando di lei non è rimasto altro che la voce, la sua condanna continua, perché continua a fare eco alle parole degli altri. Allo stesso modo, una relazione può essere finita nella realtà, mentre nella nostra mente continuiamo a ripetere ciò che è stato detto, a cercare risposte e a tornare continuamente con il pensiero a quella persona.
Tornare ad ascoltare la propria voce
È anche per questo che credo valga la pena tornare a guardare Eco. Non per sostituire un colpevole con un’altra colpevole, né per stabilire una responsabilità condivisa rispetto a ciò che è stato subito, ma per riportare l’attenzione su una parte della storia che spesso viene trascurata. Che cosa ci accade quando, nel tentativo di mantenere una relazione, smettiamo progressivamente di ascoltare i nostri bisogni?
Il lavoro psicologico può aiutarci a riconoscere chi abbiamo davanti, ma anche a comprendere che cosa stiamo cercando nelle relazioni, che cosa temiamo di perdere, quali bisogni abbiamo imparato a mettere da parte e perché continuiamo a investire in qualcosa che non ci offre reciprocità.
Nel mito, Narciso non riesce a uscire da se stesso per incontrare l’altro, mentre Eco perde se stessa proprio nel tentativo di raggiungerlo.
Forse è per questo che, dopo aver imparato a riconoscere Narciso, dovremmo imparare anche a riconoscere il momento in cui la nostra voce ha smesso di parlare di noi. �
Dott.ssa Cristina Borghetti Psicologa
