L’età minima per accedere ai social è un dato giuridico.

Ma non coincide automaticamente con una maturità emotiva.

Fissare una soglia serve a stabilire una responsabilità formale.

Dice poco, però, su quanto un ragazzo sia davvero pronto.

Entrare nei social non significa solo usare uno strumento.

Significa entrare in uno spazio relazionale continuo, esposto, in cui la presenza dell’adulto è limitata.

La domanda allora cambia. Non riguarda soltanto il “quando”, ma il “come ci si arriva”.

Un ragazzo può avere l’età giusta e, allo stesso tempo, non avere ancora gli strumenti per reggere il confronto costante con gli altri, l’esposizione di sé e anche il silenzio degli altri, che online pesa più di quanto sembri.

In alcuni casi questo si traduce anche in comportamenti più estremi. Ragazzi che fanno cose rischiose o umilianti pur di filmarsi e pubblicarsi, nel tentativo di ottenere visibilità o riconoscimento.

Non è semplicemente voglia di farsi vedere. È spesso una difficoltà a regolare il bisogno di essere riconosciuti.

Nei social, il riconoscimento è instabile, discontinuo. E questa instabilità, durante la crescita, può incidere sulla costruzione dell’immagine di sé.

Per questo ha più senso osservare alcuni segnali. Quanto il ragazzo dipende dal feedback esterno per sentirsi adeguato? Come reagisce quando viene escluso o ignorato? Quanto riesce a distinguere tra ciò che appare e ciò che è?

A questo si aggiunge un elemento che spesso resta sullo sfondo. La responsabilità degli adulti.

La legge può fissare un limite, ma la responsabilità resta in capo ai genitori. Non solo nel concedere l’accesso, ma nel monitorare, nel contenere, nel dare senso a ciò che accade online.

Delegare completamente ai dispositivi o alle piattaforme significa lasciare il ragazzo solo in un contesto che, per sua natura, non è neutro.

Non si tratta tanto di vietare o permettere.

Si tratta di capire se, in quel momento, l’ambiente in cui entra è qualcosa che riesce a gestire… oppure qualcosa che rischia di avere la meglio su di lui.

Dott.ssa Cristina Borghetti Psicologa