Alice non si limita a guardare l’immagine riflessa. La attraversa.
Non resta davanti allo specchio a interrogarsi su ciò che vede, entra dentro quel mondo, come se l’immagine non bastasse più e fosse necessario andare oltre. In quel passaggio incontra qualcosa che inizialmente sembra avere una sua logica, un ordine che tiene. Ma è una tenuta instabile, che si sposta rapidamente e perde consistenza.
Le regole non coincidono più, i punti di riferimento non restano fermi. Ciò che sembrava chiaro smette di esserlo nel momento stesso in cui si prova a usarlo per orientarsi. Anche il linguaggio cambia. Le parole continuano a circolare, ma non garantiscono più un significato stabile. I significanti si muovono, slittano, producono effetti che non sono più prevedibili.
È uno spazio in cui il senso non si appoggia mai del tutto. E quando il senso non tiene, qualcosa nel soggetto si incrina.
In questo passaggio cambia anche il corpo. Le dimensioni si alterano, i confini diventano incerti, la percezione di sé non coincide più con ciò che appare. L’immagine non basta a sostenere l’esperienza. Non offre più appoggio.
Alice prova a orientarsi, a trovare un punto che tenga, ma ogni tentativo si incrina. A un certo punto si ferma e la domanda emerge senza possibilità di evitarla.

Chi sono io?

Non è una riflessione teorica. È un’esperienza. È il momento in cui non ci si riconosce più del tutto né in ciò che si vede né in ciò che si sente.

Poi qualcosa si interrompe.
Alice si risveglia.

Non è più nel mondo del riflesso. È di nuovo nel corpo, nel contatto, nella realtà più semplice. Accanto a lei c’è il suo gatto. Lo accarezza, lo sente. In quel gesto ritorna qualcosa di immediato, che non passa dal linguaggio e non ha bisogno di essere stabilizzato dal significato.

Non è una soluzione.
È un ritorno.

Un ritorno al corpo come luogo in cui qualcosa può essere sentito anche quando il senso non regge.

Ci sono momenti in cui questo passaggio ha bisogno di essere accompagnato.

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